Alcuni brani da Roma, 1970 – 1975

Alcuni brani tratti dalla raccolta di riflessioni e di ciclostilati scritti durante il periodo vissuto tra i baraccati di Roma, 1970 – 1975

Perché ho chiesto di vivere in periferia

Il periodo di Ostia nell’ospedale per i paraplegici, in seguito all’incidente stradale del 1969, è stato tempo di deserto. Vivevo con tanti operai infortunati… anche il personale ospedaliero mi poneva tanti problemi. Mi hanno insegnato molte cose, il valore delle cose semplici.

L’essenziale della vita, di ciò che Gesù propone, l’ho vissuto con più evidenza. Mi sono sentito più vicino alla vera umanità, quella che frequenta le fabbriche e lo stadio, senza titoli, e con tante sofferenze, spesso sfruttata senza troppe luci e protezioni.

Ho ripensato tante volte al significato e al potenziale di una vita religiosa. Ora specialmente, inserendomi nuovamente nell’ambiente (istituto) religioso, mi sono chiesto se veramente così come mi si presenta è per me il modo più adatto per vivere l’esperienza “religiosa” in mezzo agli uomini. Mi sembra che la vita religiosa superi le istituzioni e le loro sigle; esse valgono per i valori che vivono. Nel mio caso particolare mi turba profondamente il senso di sicurezza.

Vorrei essere un gradino più in giù della sicurezza della povera gente, che è molto inferiore alla nostra attuale. Mi turba ancora di più, il distacco e l’isolamento dei fratelli per i quali Dio mi dona la gioia della chiamata alla vita religiosa.

Ogni figlio porta per i propri fratelli un dono del Padre. Troppo spesso – così mi sembra – non comprendiamo i discorsi della gente. Deve nascere la giustizia, la verità, e noi che disponiamo di una sorgente, molte volte siamo assenti.

La certezza e la luce del Regno deve donarci la forza dei profeti, capaci di affrontare il rischio della proposta di conversione ad ogni livello di vita.

So che ogni istituto è chiamato a rinnovarsi, che ogni istituto nasce da un carisma e da una validità che ha caratteristiche del Regno, non credo tuttavia che il rinnovamento sarà fatto a tavolino; le risposte come i problemi vengono dalla vita e spesso nella sofferenza.

Questo è quanto chiedo ai miei fratelli maggiori: poter vivere solo o con altri, che manifestino gli stessi desideri, in una zona della città particolarmente povera e lontana, con tutte le difficoltà del caso e nella mia situazione con tutte le preoccupazioni degli invalidi.

Questa unità sarà collocata in mezzo ai più poveri. Si nutrirà nel senso più completo del pane dei poveri, per essere con loro più vita, più Vangelo, più giustizia che è un tutt’uno. (Tavernerio, marzo 1970)

N.B. Dopo la risposta positiva dell’Istituto e del Vicariato di Roma, ho potuto collocarmi tra i baraccati dove già vivevano Paola Mugetti ed Edda Colla.


In Roma le baracche sono l’ultima periferia

Roma è suddivisa in molti quartieri. Non sono tutti uguali. Rispecchiano il potere, il reddito, la cultura, la condizione di vita della gente. I borghetti, quartiere dei poveri, sono nodi di una società sbagliata, che cura l’interesse di pochi e ignora il bene dei più. I borghetti sono il luogo dove si vive la lunga attesa dopo la fuga da una situazione disperata; una cintura di sofferenza e di miseria; una riserva di mano d’opera voluta dal Capitale. I tristi fenomeni che si ritrovano nelle borgate di periferia (Pratorotondo, Pietra alata, Tuffello, Primavalle, Acquedotto felice, Borghetto latino, ecc.) sono già presenti nei borghetti anche se continuano a restare alcuni aspetti della vita paesana di provenienza. Questo avviene particolarmente dove si trovano gruppi di famiglie insediate da molti anni e provenienti dalla stessa regione.


Lettera al Vescovo di Roma

Siamo la comunità cristiana del vicolo Acquedotto Felice e Torfiscale, composta da baraccati e da altre persone che partecipano alla vita della borgata; il legame che ci unisce è il segno del cristiano: l’amore di Dio che passa attraverso l’amore al prossimo.

Il motivo che ci ha spinto a scrivere questa lettera ci è stato offerto dall’invito contenuto nella “Lettera ai cristiani di Roma” che alcuni sacerdoti hanno scritto perché la Chiesa tutta prenda atto del problema dei baraccati e pronunci la sua parola di giustizia e di pace che porti alla conversione dei cuori e alla soluzione del problema.

La lettera è stata per noi un invito alla riflessione e all’azione. L’accettiamo come un appello valido, i cui limiti sono inevitabili, legati alla situazione esasperata di chi soffre, devono essere superati con l’aiuto di tutti i cristiani. Rispettiamo la voce disinteressata che si leva per richiamarci un problema e la consideriamo un dono per la Chiesa tutta. (…)

Ci sentiamo tutti in cammino impegnati, ciascuno secondo le proprie responsabilità, a ricercare in unità una linea di azione che risolva questo problema. Anche la nostra comunità è direttamente interessata a dire la sua parola, tanto più perché vive la situazione dei baraccati.

La scelta di Cristo per gli ultimi deve guidare la vita di tutti i cristiani. Non mancano segni e proposte su questa linea nella Chiesa di oggi, né ignoriamo come il Papa stesso abbia sollevato attraverso alcuni gesti e dichiarazioni il problema dei baraccati. “Invece di favorire l’incontro fraterno e l’aiuto vicendevole, la città sviluppa le discriminazioni e anche l’indifferenza, fomenta nuove forme di sfruttamento e di dominio, dove certuni, speculano sulle necessità degli altri, traggono profitti inammissibili (…) nascono così nuovi proletariati. Essi si installano nel cuore della città talora abbandonate dai ricchi, si accampano nelle periferie, cinture di miseria che già assedia in una protesta ancora silenziosa il lusso troppo sfacciato delle città consumistiche e sovente scialacquatrici”. (Octagesima Adveniens n. 10).

L’uscire da questa situazione impegna ad una conversione a tutti i livelli: dai singoli a quanti occupano posti di responsabilità, alle istituzioni.

Anche gli istituti religiosi sono chiamati alla conversione della mentalità e degli atteggiamenti, alla liberazione da ogni impaccio temporale, all’amore.

Il grido dei poveri, deve interdirvi, anzitutto, ciò che sarebbe un compromesso con qualsiasi forma di ingiustizia sociale. Esso vi obbliga, inoltre, a destare le coscienze di fronte al dramma della miseria e alle esigenze di giustizia del Vangelo e della Chiesa. Induce certuni fra voi a raggiungere i poveri nella sociale condizione, a condividere le loro ansie lancinanti. Invita, d’altra parte, non pochi vostri istituti a riconvertire in favore dei poveri certe loro opere (…) bisogna che mostriate nella vita quotidiana le prove, anche esterne, della autentica povertà”. (Evangelica Testificatio n. 17).

L’indifferenza, la neutralità, il silenzio di fronte a questo problema sono una grave lacuna: significano il rifiuto del povero e delle sue sofferenze. E’ un peccato di cui tutti i cristiani, come singoli e come istituzione, devono prendere coscienza. (…) Non è possibile tacere nè aspettare; mentre alcuni discutono, qui si soffre.

 Roma, marzo 1972

 


La vita con i baraccati ci ha impegnato a cercare insieme risposte ai problemi della scuola (doposcuola), di una fermata dell’autobus, della luce, dell’acqua, della strada e soprattutto delle case che furono assegnate a Nuova Ostia, dove siamo stati spinti ad impegnare, costituendo il Comitato di quartiere, l’amministrazione comunale nei servizi più essenziali nel nuovo quartiere attorno a piazza Gasparri.

Il popolo continua il suo cammino

Ascoltare la sua voce, le sue aspirazioni è sapienza.

Nel cittadino, figlio di Dio, è la radice della democrazia. La fiducia nasce dalla Vita stessa.

Il mondo, l’umanità è un cantiere; l’attrito, il contrasto c’è, superarlo è possibile nella fedeltà alla vita.

L’istituzione è un modo di organizzarsi, ha bisogno continuamente di essere aggiornata secondo le dinamiche dell’uomo.

E’ facile uccidere la democrazia debole; il modo migliore di servirla è quello di potenziarla.

L’amore ha ancora qualcosa di grande da dare. E’ la forza creativa e originaria che impegna totalmente l’uomo ed estende l’oggetto del suo orizzonte.

C’è la violenza dei potenti, la violenza di chi non ha mai avuto niente. E’ debolezza, è povertà, che può essere vinta dalla forza ostinata dell’amore.

La politica: è l’uomo che si occupa della sua grande famiglia, sporcarla è tradirla. Il popolo è giudice assieme alla Vita.

Il popolo parla attraverso la vita: nel gemito, nella piazza, nella lotta. Il popolo vuole vivere.

Il profeta è popolo che ama, che stimola a camminare verso la luce, è una parola della vita.

Profeta è il povero, è l’uomo che grida amando; è la voce della terra. Sono i movimenti dei poveri che creano lo spazio alla Vita. La forza è verità e amore provati dalla croce. Solo in Dio è allo stato puro. Vi sono figli di Dio che nell’ascolto della vita, colgono la volontà del Padre. (…)

La città è spazio della vita. Amare la città, il quartiere è un modo di accogliere e di entrare nella famiglia di Dio. I figli sono tanti e diversi: più vicino all’immagine del Padre è chi più ama.

Il figlio, l’Uomo, è chiamato a vivere la vita del Padre: Dio.

Una parte del popolo di Dio, i cristiani, portano nella miseria e nel limite un segno della sua presenza: Cristo Gesù, Amore, Forza, Energia, Speranza.

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