Solidarietà a Goma, Zaire (oggi RdCongo)

Parma, 8 febbraio 1995

Cari amici di “Muungano”,

abbiamo vissuto insieme tanti anni nel Centro per handicappati, poi nel piccolo villaggio della solidarietà “Muungano” di Goma (Zaire). Ci ha molto unito la sofferenza; la lotta comune contro la fame, la disoccupazione, l’analfabetismo, la corruzione e i mali della nostra città; l’ascolto di quel Vangelo e di quella Presenza che ci donava la gioia di sentirci fratelli e di imparare insieme quella Saggezza che conduce alla vita.

C’è stato il tempo per incontrarci nel profondo: ci siamo accorti che la diversità è ricchezza. E’ stato un dono imparare da voi la spontaneità, la gioia, il legame con il gruppo e con gli antenati, la religiosità dell’essere, la voglia di dignità nella vita sociale e politica: una ricchezza umana di cui tanti hanno bisogno.

Ci è sembrato pure che molti di voi abbiano apprezzato il timbro personale della nostra presenza, il desiderio di migliorare la città, l’aver lasciato la nostra terra per vivere in spirito di fraternità.

Negli ultimi anni ci siamo impegnati insieme con le forze vive della città: mamme, intellettuali, sindacato libero, studenti, confessioni religiose; abbiamo visto nascere la speranza di un nuovo progetto di società basato sulla partecipazione alla vita politica, la collaborazione tra le diverse etnie e il superamento dei conflitti con la forza della Verità e dell’amore. Siamo rimasti uniti durante il periodo degli scontri tribali nella regione del Kivu, provocati dal regime e da gruppi di potere legati a interessi particolari.

La città ha retto alle molte provocazioni, un aiuto è venuto dalle comunità di base e dai gruppi che si ritrovavano attorno al Vangelo, come da coloro che avevano seguito i lavori della Conferenza nazionale. Molti hanno avuto la forza di continuare a credere che l’unica strada possibile per risolvere i conflitti è quella della “baraza”, ossia dell’incontro e del dialogo.

Nel ’93 la guerra si è estesa nei Paesi dei grandi laghi: la nube della morte si è fermata sulle nostre città, nei nostri villaggi, lungo il corso dei fiumi. Con l’uccisione di Ndadaye, Habyarimana e Ntaryamira il terrore ha condotto alla follia… Abbiamo visto folle sterminate di profughi riempire le strade come un’immensa croce. La città di Goma ha accolto centinaia di migliaia di rifugiati: non c’è famiglia che non abbia aperto la porta e offerto il poco che aveva.

Per la nostra comunità è stato un tempo di prova, una sfida. Abbiamo pregato insieme per riconoscerci fratelli: hutu, tutsi, nande, rega: frutti diversi dell’unico albero della vita. Decidemmo di aprire tutte le porte per curare gli ammalati di colera e raccogliere i bambini dispersi. “Non c’è amore più grande che dare la vita”. Era la parola che ci guidava. L’abbiamo vista scritta dal sangue di uomini e donne uccisi per aver messo in salvo quelli dall’altra parte.

Tornata un po’ di calma è cominciato l’esodo in direzioni diverse; amarezza, paura, speranza erano confuse. Le ferite non si saneranno facilmente.

L’esperienza vissuta resta nel cuore di ciascuno. Judith ci ha detto: “Vado in Rwanda per unirmi ala mia famiglia e aiutar ei figli dei miei fratelli morti in guerra. Chiedo perdono se ho offeso qualcuno; sappiate che la mia porta sarà sempre aperta per tutti voi”.

Resta soprattutto la memoria, il sogno di ritrovarci accanto al fuoco, intorno alla stessa “pentola” del cortile di Muungano. Intanto il piccolo villaggio della solidarietà riprende la propria vita con il nuovo carico di bambini non accompagnati, di poveri abbandonati che bussano alla porta, con le attività che collegano comunità e gruppi nell’impegno per la sopravvivenza, la sanità, la giustizia.

Chi, fra noi della fraternità, è tornato in Italia non può dimenticare l’esperienza vissuta e soprattutto l’ultima tappa: la guerra, i profughi, i bambini, le ferite del cuore. Scriviamo queste righe rinnovando l’alleanza che vorremmo fosse accolta dai nostri Governi, dalle Istituzioni internazionali.

Un anno terribile è passato e ancora non c’è pare vera sulle vostre colline; non c’è speranza nelle tendopoli di Katale, Mugunga, Kibumba: i responsabili del genocidio e dei massacri non sono stati isolati, l’aiuto internazionale sta per essere sospeso, non c’è sicurezza per chi rientra.

Dopo le immagini sconvolgenti dei massacri, il silenzio che separa la vita dei nostri popoli torna a regnare. Oggi “le luci si sono di nuovo spente sul Rwanda e sui Paesi dei grandi laghi” ha scritto Mons. Pasini; altri focolai di guerra si sono aperti sul nostro pianeta.

Alcuni amici di ritorno in questi giorni da Kigali, Goma, Bujumbura ci hanno detto di aver visto carceri gremite, folle in attesa di un po’ di cibo, ragazzi armati in divisa militare, campi incolti, paura e miseria.

I mass-media sono ancora strumenti di un mondo diverso. Da lontano non è stato facile capire. Compassione e condanna si sono mescolate nel cuore di tanti, dimenticando come in ogni guerra è la gente semplice che subisce le conseguenze di quanti governano per il proprio interesse anziché per il bene di tutti. L’esperienza vissuta ci rende critici sulle organizzazioni nazionali ed internazionali. Non siamo ancora “la comunità” internazionale. Anche noi siamo corresponsabili del dramma che ha toccato il vostro popolo. Vi chiediamo perdono. Vi abbiamo spesso giudicati senza capire il vostro dolore. Non ci siamo accorti che mentre si parlava di sviluppo la vostra povertà era ridotta a miseria. Non abbiamo sentito il lamento di tanti vostri fratelli spegnersi nelle carceri più simili a sepolcri che a luoghi di detenzione, colpevoli di aver chiesto dignità ai piccoli vassalli delle grandi potenze.

Perdonate noi e la gente della nostra terra perché molte armi che hanno ucciso e mutilato tante persone sono made in Italy. Il nostro governo, come tanti altri, non ha fatto nulla per fermare la pazzia dei massacri, per far applicare l’embargo totale delle armi e per favorire reali condizioni di pace.

Coraggio!

La guerra ha diviso e umiliato il vostro popolo ma non ha spento la sua sete di pace. I martiri, le vittime innocenti di tutte le etnie sono entrati nell’unica terra degli antenati e la loro parola è Saggezza.

Chiediamo al Signore di stare insieme, là dove siamo, in un progetto di società basato sul rispetto di ogni persona e di ogni gruppo, aperto a una forma di democrazia frutto di negoziati, secondo lo spirito della migliore tradizione africana da offrire alle nuove generazioni. Un saggio di oggi ci ricorda: “La pace non si scrive con il sangue ma con l’intelligenza e con il cuore”.

Quanti tra i membri della nostra comunità Muungano sono in Rwanda: Ndekwe, Mukankusi, Sebageni, Uwimana, Ubuhoro… abbiano la forza di non abitare case che non hanno costruito e di preparare un rientro umano ai fratelli profughi rwandesi, impegnandosi perché i rappresentanti di tutti i gruppi della società possano partecipare alla vita del Paese.

Quanti vivono a Goma lavorando nella società civile, nei campi profughi, nell’animazione delle comunità di base: Gahima, Atumisi, Yuma, Tabu, Nkunzumwami, mama Anastasie… abbiano il coraggio di seminare speranza e di dare voce alle proposte di pace.

Per cambiare le machete in zappe, i mortai in strumenti di pace, abbiamo bisogno di fare insieme scelte di fraternità. Non possiamo dimenticare che il comandamento dell’amore e i diritti umani sono strettamente uniti. È la giustizia, non la sicurezza delle armi, che crea la pace. Ma una giustizia nuova, aperta al perdono.

Il mondo messianico propone al mondo una pace duratura fondata sull’amore creatore. Cristo propone l’amore per i nemici. Non significa sottomissione al nemico e conferma della sua inimicizia. Al contrario, esso è il superamento creativo ed intelligente della sua ostilità. Amandolo lo inseriamo nella cerchia della nostra responsabilità.

Vi salutiamo! Restiamo uniti tra noi. Non siamo soli, i popoli sono più uniti di quanto non esprimano i loro governanti. C’è tanta gente che crede che il mondo costruito insieme sarà più giusto e più bello.

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